La Sacrestia

La sacrestia presenta le caratteristiche comuni delle altre chiese piemontesi, molto ampia, piena di luce naturale, ben disposta e autonoma rispetto all’impianto della chiesa.
Oltre l’arredo ligneo sacro, proveniente dall’antica chiesa e quindi di provata vetustà, danno enorme importanza a questo luogo le due grandi tele incorniciate, di ottima fattura, anche se il tempo non è stato benigno nei loro confronti, necessitando di interventi di rintelatura. La SacrestiaNel grande dipinto della “Natività” balza evidente il voler includere in un tutt’uno, come insegnamento pedagogico dottrinale, il grande “Evento” trasportandolo ai tempi in cui viveva il pittore, nel secolo XVIII, con una grande rappresentazione di personaggi, animali e cose, creando un movimento cosmico, teatrale e umano, racchiuso in uno spazio geografico nostrano e non in oriente, ma al di fuori e al di sopra di esso stesso. Guardandolo, è come un grande mosaico dove le emozioni e le interpretazioni più disparate e varie trattengano sulla scena pittorica quasi a non voler liberare l’osservatore, motivando il tutto a “ruotare” attorno alla Sacra Famiglia Celeste con un turbinio di fatti e cose, compiute e non, ognuna per conto proprio … ma tutte unite meravigliosamente da un filo conduttore che non le lascia disperdere nella composizione teatrale e pittorica. Il tutto conduce ad una serena “contemplazione” che aggredisce il tema proposto e lo esaurisce nel suo pathos.
L’impianto iconografico è riconoscibile, per poterlo attribuire alla famiglia pittorica dei Cignaroli (Amedeo, Domenico e altri) paesaggisti veronesi, trasferiti e operanti in Piemonte, e in primis nel territorio torinese, come pittori “aulici” cioè di Corte.
Essi, i Cignaroli, furono portatori dell’”impianto tonale veneto” dove la trasparenza cromatica e la forza illustrativa ed espressiva conduce ad una ultima “sublimazione” di una sensibilità acutissima. Per molti anni giovanili – chi scrive – fu attratto da questo stile pittorico, studiando a fondo le loro opere, riuscendo a carpire i loro segreti di cromatismo, sovrapponendo non colori materici ma velature auliche, riuscendo così ad imitare quella forma interpretativa utile anche per l’affresco.

La seconda grande tela riproduce una scena “biblica” tratta dalle Storie di Giacobbe. I contenuti di questa opera sono stati messi in evidenza dalla conoscenza biblico-religiosa di don Michelangelo Miranti, fine conoscitore delle interpretazioni storico-religiose. Anche questa tela è stata ripetutamente ritoccata e violata in epoche successive, poiché la sua nascita si presume fissata attorno alla fine del secolo XVII.
I toni cupi rivelano il dramma e il tormento di una natura sofferente, di un dramma vissuto da Esaù e Giacobbe, storie che si esauriranno solo alla fine dell’umanità … forse. Storie che fondano una tristezza talora sconfinante nelle grigie traversie umane e nella contemplazione serena del volere di Dio; qui l’uomo è un atomo di natura sofferente, ora dolente contemplatore di una cultura rustica portatrice di un messaggio d’amore.
Il pittore, ignoto, riesce con maestria a rendere il senso del soggetto nelle sue forme contenutive, rappresentando la storia con elementi quali greggi di pecore chiare e scure, vasellame per contenuti vari, animali da soma per la vita agreste o nomade, simboli questi e “insieme” di forza e profezia e “fine” che si liberano quasi gettati dalla mano del Maestro.
Nei grandi temi filosofici o religiosi l’opera è più espressione culturale, ove l’idea si esprime sempre chiara, anche se, a volte difficile e simbolica nella sua “lirica” imperfetta.